Oltre il pregiudizio: ritratto di Jannik Sinner, l'Italiano silenzioso
Provate a parlare di Jannik Sinner e osservate le reazioni. Spesso, la domanda è accompagnata da una smorfia, un sorrisetto di sufficienza, un pregiudizio che emerge quasi involontariamente. Le obiezioni sono un copione recitato a memoria: "Ma è altoatesino, non è un vero italiano". Oppure: "Vive a Montecarlo per non pagare le tasse". E ancora: "Non sa nemmeno parlare bene l'italiano".
Queste frasi, tuttavia, non sono altro che fragili alibi, scorciatoie mentali per non ammettere una verità scomoda: in Italia, facciamo una fatica immensa a riconoscere e celebrare l'eccellenza, specialmente quando si manifesta in modo silenzioso, sobrio e disciplinato. Ci infastidisce chi non ha bisogno di sbandierare i propri meriti o di cercare benedizioni dall'alto. È ora di smontare, una per una, queste obiezioni e guardare la realtà.
Sinner è italiano. Lo è come un siciliano, un milanese o un sardo. Ha scelto con orgoglio di rappresentare l'Italia e lo fa con una compostezza e una dignità quasi antiche, senza mai sentire il bisogno di gridarlo. La sua identità non è diminuita, ma arricchita dalle sue radici altoatesine.
Vive a Montecarlo? Certo, come quasi tutti i primi cento tennisti al mondo. Non per una fuga, ma per una scelta professionale. Lì trovano un ecosistema indispensabile per competere ai massimi livelli: clima ideale per allenarsi tutto l'anno, strutture all'avanguardia, i migliori preparatori e medici. E sì, anche un regime fiscale vantaggioso. Ma sia chiaro: le tasse sui premi vinti si pagano nei Paesi dove si gioca. Sulle sue vincite a Wimbledon, per esempio, Sinner ha versato al fisco britannico circa il 45%. Non un singolo euro è mai stato evaso.
E la lingua? È vero, il suo italiano è essenziale, a volte tradisce l'accento tedesco di chi ha studiato in quella lingua. Ma da quando l'eloquenza è diventata l'unità di misura della passione e del merito? Sinner non recita un copione, non usa frasi da ufficio stampa. Le sue parole sono autentiche, la sua comunicazione passa attraverso i gesti, il comportamento e uno sguardo che non mente mai.
Ma è quando andiamo oltre la difesa che capiamo perché Sinner sia un modello. È partito da un piccolo paese di montagna, Sesto, lontano dai riflettori e senza la protezione del CONI o l'adozione di qualche circolo blasonato. È cresciuto tra la neve e il silenzio. Ha lasciato casa a 13 anni per affidarsi a Riccardo Piatti, affrontando da solo chilometri, sacrifici e allenamenti infiniti.
Il suo non è il talento puro e istintivo di altri fenomeni. Jannik possiede una virtù forse ancora più rara e profonda: una forza di volontà glaciale, una determinazione lucida che spaventa gli avversari, ma che non scade mai nell'arroganza. Non si lamenta, non fa drammi, non cerca alibi. Se perde, torna a lavorare. Se vince, ringrazia. È un ragazzo che conosce intimamente il significato della parola "fatica".
Ed è per questo che la sua storia è così potente. Perché ci ricorda che non tutti nascono nei salotti giusti o con le amicizie che contano. Molti si fanno strada con la testa bassa e il cuore alto, credendo che il lavoro e il tempo paghino più di un colpo a effetto. Non cercano la gloria, ma la dignità.
Grazie Jannik Sinner non pensavo in vita mia di vedere un italiano vincere a Wimbledon !
