Tonino Lamborghini: Il Toro, la Miura e l'Anima della Motor Valley
Il 20 febbraio 1993 il mondo salutava un autentico visionario, il leggendario Ferruccio Lamborghini. Oggi, la sua epopea rivive attraverso le parole del figlio Tonino, custode di una memoria che affonda le radici nella terra fertile della Motor Valley emiliana.
Nella quiete notturna della campagna bolognese, a Sant'Agata, il quartier generale della Lamborghini automobili squarcia il buio con un'esplosione di luce candida che si proietta verso il cielo. È l'immagine iconica di un'azienda che, come la Ferrari, è diventata un simbolo globale della Motor Valley dell'Emilia Romagna, con numeri da record e automobili che sono puro sogno. Oggi parte del colosso Volkswagen-Audi, questa realtà fu plasmata sessant'anni fa da Ferruccio Elio Arturo Lamborghini, nato nel 1916 e scomparso nel 1993. Un imprenditore geniale e un visionario, con una passione smodata per la bella vita, un vero e proprio "Gianni Agnelli con tratti padani". Suo figlio, Tonino Lamborghini, anch'egli imprenditore di successo e console onorario del Montenegro, è il testimone privilegiato di questa saga familiare.
"Sono nato nel 1947," racconta Tonino, "un anno prima che mio padre fondasse la fabbrica di trattori. Fin da bambino, ho respirato l'evoluzione dell'azienda, fino alla nascita della fabbrica di automobili."
Oggi, la famiglia Lamborghini non è più proprietaria dell'azienda automobilistica, ma il nome continua a vivere attraverso l'impegno di Tonino. "Dal 1981," spiega, "ho creato una linea di lifestyle che porta il marchio Lamborghini, producendo orologi, occhiali, pelletteria, cellulari, arredo, accessori sportivi, hotel a cinque stelle e ristoranti."
E i motori? Sono rimasti nel DNA di famiglia, come i trattori. "Prima delle Gran Turismo," ricorda Tonino, "mio padre Ferruccio fece fortuna con le macchine agricole." Tutti i modelli prodotti dalla Lamborghini sotto la proprietà della famiglia sono oggi esposti nel museo privato di Argelato, aperto al pubblico dal 2014, che accoglie diecimila visitatori ogni anno.
L'idea del museo fu proprio di Tonino. "Quando ne parlai a mio padre," racconta, "rimase perplesso. I primi due pezzi che gli mostrai erano due trattori Lamborghini arrugginiti, trovati da un agricoltore." Ma poi, un sospiro e quelle parole che risuonano ancora: "Quando feci questi trattori avevo la tua età e le tasche vuote. Vai avanti."
La Lamborghini che Tonino porta nel cuore è senza dubbio la Miura. "Ha rappresentato un'epoca," afferma. "A Ferruccio piacque il nome perché aveva scelto come simbolo delle vetture un toro, in antagonismo con il cavallino rampante della Ferrari. Serviva un nome evocativo: Miura sono i tori più cattivi al mondo."
La Miura divenne un oggetto del desiderio per schiere di VIP. "I clienti pagavano in anticipo pur di averla," rivela Tonino. "L'acquistarono, tra gli altri, lo scià di Persia, l'attore Dean Martin e Little Tony. E poi c'è la storia di Frank Sinatra."
"Frank pretese una Miura personalizzata con gli interni in leopardo," sorride Tonino. "Mio padre gli spiegò che non era possibile. Sinatra rispose: 'Ci penso io.' Spedì a Sant'Agata un carico gigantesco di pelli, ma per l'auto ne servì solo una piccola percentuale." E il resto? "Ferruccio glielo propose correttamente di rispedirlo in America. L'altro disse: 'Le tenga lei.' E mio padre cominciò a regalare pellicce di leopardo alle sue amiche di Bologna."
Il passaggio di Ferruccio dai trattori alle auto fu dettato da una passione ardente per le Gran Turismo, ma anche da un episodio chiave. "Tutto partì da una discussione con Enzo Ferrari," spiega Tonino. "All'inizio degli anni Sessanta, dopo una Maserati 3500 GT bianca, comprò prima una Ferrari 250 coupé e poi una '250 Gt 2+2'. Ebbero problemi con la frizione, ma a Maranello non risolsero il problema. Ferruccio constatò che la frizione dei suoi trattori montata sulle auto del Cavallino reggeva meglio agli strappi."
Fu un affronto al "Drake". "Ci fu un confronto tra i due," ricorda Tonino. "Ferrari gli urlò in faccia: 'Guida i tuoi trattori, non meriti le mie automobili.' Fine dell'amicizia, non si parlarono mai più."
Da quell'episodio, nel 1963, Ferruccio decise di costruire le proprie Gran Turismo. "Ingaggiò i migliori tecnici, progettisti e designer dell'epoca come Giotto Bizzarrini, Gian Paolo Dallara, Paolo Stanzani, Franco Scaglione. E così cominciò l'avventura. Il primo esemplare fu la 350GTV."
Celebri le sue battute in dialetto. "Lo scrivo nel mio libro 'Ferruccio Lamborghini, la sfida, l'avventura, la Miura'," dice Tonino. "Un giorno va a Milano alla Pirelli con l'ingegner Stanzani per una fornitura di pneumatici. Si presenta in maniche di camicia al CdA presieduto da Leopoldo Pirelli e saluta così: 'Avì fat un bel lavurir,' avete fatto un buon lavoro. Si riferiva al grattacielo Pirelli appena inaugurato."
Il film sulla famiglia Lamborghini? "Hanno preso spunto dai libri che ho scritto io sulla nascita del marchio," rivela Tonino. "Si chiama 'Lamborghini – The Man Behind The Legend'."
La sua prima auto? "Mi feci le ossa a 7 o 8 anni su una Fiat 500, poi a 18 anni mi regalarono una Giulietta usata. Mi piaceva commerciare auto e la rivendetti. Ma poi ho ricomprato lo stesso modello che adesso è esposto al museo."
E i regali di papà? "In un certo senso sì," ammette Tonino. "A scuola fui bocciato ma lui mi regalò lo stesso una vettura. Una volta mi consegnò una Miura arancione e mi consigliò di farla provare a tutti i miei amici. Ferruccio diceva: 'Non è il collaudatore che trova i difetti, ma il privato'."
Il dispiacere per la vendita dell'azienda negli anni Settanta? "Andammo insieme all'appuntamento verso Ferrara per cedere il pacchetto azionario. Io ero triste e non parlavo, lui fischiettava. 'Non ti preoccupare,' mi disse, 'al mondo tutto si compra e tutto si vende'."
